La sostenibile leggerezza del leggere

La sostenibile leggerezza del leggere

Tempo libero

Da quando sono padre, il concetto di tempo libero ha assunto e continua ad assumere nella mia vita una forma sempre più difficile da definire. C’è il tempo del dovere lavorativo, scandito dal suono di un lettore di badge, dalle telefonate dei committenti, dalle task sul Google Calendar e dalle deadline di consegna.
E poi c’è l’altro tempo, quello che risponde ad altre richieste, non meno importanti. Tipo: “Papà, andiamo al parco?”, “Papà, giochiamo?”. E la più perentoria: “Hai finito?”.

La risposta è spesso: “Non sono ancora libero. Ho bisogno di tempo”. Ma, messo in pausa il lavoro per qualche ora, si può davvero definire libero il tempo in cui, dopo una giornata davanti a uno schermo, ti concedi il lusso di chiudere lo smartphone a doppia mandata in cassaforte e di dedicarti all’ora del tè con le bambole, alla costruzione di un grattacielo di Lego o all’organizzazione di un torneo a due di acchiapparella nel parco?
Ci sono pomeriggi in cui vorresti soltanto dedicarti alle strategie per il prossimo Fantacalcio, ad affinare la tua tecnica a Fifa 2020, a recuperare la serie di cui tutti in ufficio parlano da mesi, a prenderti cura della tua barba dedicando qualche minuto a quell’oggetto che guardi solo di straforo tra una rincorsa e l’altra: lo specchio.
Invece ti ritrovi davanti a una tavola imbandita con dolci di legno, attorniato da unicorni viola oppure in continua tensione perché sei al parchetto e la tua creatura si ostina da un’ora a risalire lo scivolo al contrario creando una coda di 14 bambini imbufaliti, in attesa al casello per potersi godere tre secondi netti di discesa a perdifiato. E allora mi viene in mente che forse non ha più senso parlare di tempo libero ma di tempo pieno e tempo vuoto.

Il tempo che ci vuole

Il tempo – pochissimo – che dedico a me è un tempo effettivamente vuoto, che mi serve per fare spazio, sgomberare la mente da pensieri scuri e ingombranti ma il tempo di gioco con mia figlia è un tempo faticoso e intenso. Tempo pieno. E ricco. Anche a fronte di questa riflessione però, l’energia necessaria per viverlo al meglio non è sempre facile da trovare, così ho cominciato a cercare delle fonti a cui attingere: una di queste è certamente la nostalgia della mia infanzia, il ricordo di ciò che riempiva attimi come fossero giorni interi. Ogni interazione con lei richiama alla memoria ricordi che credevo perduti, mi aiuta a ritrovare una parte di me che prova ancora meraviglia; insieme  diamo forma a un luogo solo nostro fatto di parole buffe, storie sgangherate, giochi improvvisati e risate. Ma c’è un altro luogo in cui, estenuato dalle avventure dei minipony e dalle gare di macchinine, mi rifugio per alimentare i nostri dialoghi e soprattutto per godere dello scintillio dei suoi occhi grandissimi quando si stupiscono per una scoperta nuova, o quando una curiosità sotto forma di domanda viene soddisfatta. E anche per potermi rilassare sul divano più di 120 secondi, lo ammetto. Si tratta dei libri. Libri illustrati, racconti, romanzi, poesie ma anche testi di divulgazione, scientifici. Divoriamo tutto quello che sfogliamo con occhi affamati e mai sazi. E possiamo farlo insieme. In assoluta libertà.

Storia di una ladruncola di libri

Va da sempre così: mia figlia cerca dentro la libreria, sceglie e condivide con me. Lasciati ai piani alti, per ora irraggiungibili dalle sue manine, Bukowski, Miller, Foster Wallace e Palahniuk, tutto il resto è alla sua portata. Dai suoi primi giorni di vita a oggi ho collezionato una impressionante quantità di momenti (e anche di scatti fotografici) in cui siamo seduti e abbracciati, impegnati a sfogliare ogni tipo di pagine osservando le illustrazioni di Altan, Ruzzier, Munari, leggendo qualche copia sopravvissuta dei miei vecchi Topolino ingialliti ma spesso anche le vecchie riviste di musica che ho conservato negli anni: il fatto che mia figlia abbia imparato a riconoscere David Bowie nei suoi diversi travestimenti prima ancora di conoscere tutti gli animali della fattoria sarà sempre motivo di grande orgoglio paterno.
Sfogliare pagine è un piacere da condividere. E ci sono libri pensati per l’infanzia che fanno bene anche a noi adulti, ci aiutano a dare qualità agli istanti, anche a quelli in cui tutto ci sembra impossibile da sopportare, con gli occhi e le spalle larghe dei grandi.

Leggere leggeri.

Il lockdown ha cambiato all’improvviso il nostro modo di misurare il tempo. L’assenza improvvisa della scuola per lei e l’occasione irripetibile di poter avere mattine intere da vivere insieme ci ha concesso di fare ciò che non avremmo mai sperato: poter leggere senza il peso della fretta, senza impegni improrogabili, senza sveglia o campanella a segnare l’inizio e la fine del dovere e del piacere. Così, il divano è diventato un vascello e papà e figlia sono divenuti “pirata e capitano” alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare. Ci siamo appassionati ai grandi albi divulgativi illustrati, in particolare abbiamo sviluppato una autentica ossessione per Benvenuti nel mio mondo, di Moira Butterfield ed Harriet Lynas edito da Lapis che ci permette di fare il giro del mondo conoscendo usi costumi ma anche espressioni, dolci preferiti e modi di giocare che appartengono ai bambini che abitano i diversi continenti. Quel libro, in giorni di reclusione forzata, è stato una finestra aperta sul mondo, una connessione attiva con l’umanità.

Un altro grande immancabile nelle nostre appassionate sessioni di lettura è stato Giocare Fuori, di Laurent Moreau, edito da Orecchio Acerbo edizioni. Già solo per il titolo, visto il periodo di isolamento, questo libro non aveva rivali: protagonisti sono due bambini che con la fantasia immaginano di viaggiare per un entusiasmante safari nel giardino. Abbiamo imparato a conoscere la fauna di ogni ambiente presente in natura con una sezione finale in cui per ogni animale rappresentato è descritto il livello di rischio di estinzione. Il tempo di lettura di questi due testi è relativamente breve ma ci ha permesso di passare almeno le due ore successive a proporci reciprocamente infiniti quiz sulle usanze del mondo, su quali animali vivono in quali posti oppure a immaginare rocamboleschi modi per salvare dall’estinzione le specie più a rischio.

Lib(e)ri, finalmente!

Alla fine di ogni sessione di lettura condivisa, ogni volta, ho provato la stessa sensazione di sollievo. Il tempo trascorso tra le pagine con la mia bambina è effettivamente quello in cui riesco ad assaporare un sentimento davvero molto prossimo alla alla libertà, una libertà condivisa da entrambi soprattutto quando scegliamo di leggere storie che ci permettono di evadere completamente dalla realtà concedendoci di ridere complici, magari di fronte alle monellerie o alle espressioni maleducate dei loro protagonisti. E concedere anche ai bambini quella libertà che di solito è un tabù: quella di dire “parole cattive” con i grandi, di sfidarsi all’insulto più creativo senza il timore del rimprovero. Per questo genere di attività, abbiamo trovato i nostri cavalli di battaglia: Due mostri, di David Mckee, edito da Lapis e soprattutto le Storie per bambini perfetti, di Florence Parry Hide illustrato da Sergio Ruzzier per Bompiani: una raccolta di brevi racconti in cui i bambini sono cinici, egoisti, tendenzialmente stronzi. Perché, in fondo, è giusto trovare un modo graduale, a fine lettura, per tornare alla realtà che ci aspetta, là fuori. 

Il papà che si racconta

Corrado Minervini, per gli amici e i social, Dado. Nato negli anni settanta, cresciuto negli anni in cui in tv c’erano Supergulp, i Muppets e Fabrizio Frizzi, portatore sano di infanzia felice. Ha lavorato per un quarto di secolo in radio, scritto per un decennio di musica e spettacolo sulle più importanti riviste di settore, pubblicato 3 libri a tema musicale. Cura le sezioni Books e Cinema del festival internazionale di musica Medimex e lavora come professionista della comunicazione per una società di advertising e marketing.
Dal 2015 è, soprattutto, il papà di Ilaria, erede della sua collezione di dischi, dei suoi capelli indomabili e di un patrimonio genetico di curiosità, neologismi e sorrisi.

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