Calo delle nascite in Italia: perché non facciamo figli

Calo delle nascite in Italia: perché non facciamo figli

Un problema sottovalutato

Un tema delicato e allo stesso tempo preoccupante, quello del calo delle nascite in Italia. Eppure nessuno, nelle alte sfere della politica nazionale, sembra accorgersene. Ed è un qualcosa di inconcepibile, visto che il nostro paese ha un sistema particolare per il quale il lavoro giovanile sostiene la previdenza sociale, con quest’ultima che racchiude sempre più persone.

Ma questo è solo uno dei tanti problemi che si porta dietro il calo delle nascite in Italia.  

Questo tema denota una concreta paura e una vera difficoltà da parte delle giovani coppie nel voler mettere al mondo un figlio.
Certo, l’eccezione che conferma la regola c’è sempre; e quindi girovagando per il Bel Paese ne troveremo davvero tanti di giovani che preferiscono puntare sul fare carriera o, semplicemente, non sono interessati a creare una famiglia. Ma ne troveremo altrettanti che vorrebbero provare la gioia di diventare genitori, di iniziare un percorso formativo e creativo verso i propri piccoli, di vivere la vita genitoriale a tutto tondo. Ma i genitori e le famiglie non sono tutelati, anzi, sono quasi ostacolati.

Il mondo del lavoro non valorizza i neo genitori

Provate ad immaginare a livello lavorativo la situazione di una donna che rimane incinta: se tutto va bene e non ci sono complicanze lavora fino al settimo/ottavo mese di gravidanza e intanto forma la sua sostituta; la quale la dovrà sostituire per almeno un anno, età in cui di solito il nuovo nato può essere “parcheggiato” all’asilo nido (un investimento, anche qui nessun’agevolazione per mamme e papà…) o dai nonni quando si è fortunati. L’azienda, però, dal canto suo non vede tutto ciò come un’opportunità (l’avere un dipendente in più che sa portare avanti il lavoro nel migliore dei modi) ma come un ostacolo, come dei costi inutili: perché, si chiede il dirigente d’azienda, devo pagare un dipendente che non lavora?

Lungi da noi dare ragione all’azienda e/o al dirigente in questione, di certo non lo si può biasimare di un ragionamento del genere. Ci fossero agevolazioni a riguardo, forse, si potrebbe pensare anche ad avere ditte con un atteggiamento differente e, magari, donne capaci di poter sostenere anche più di una gravidanza.

Costi elevati per i genitori

Senza dimenticare che i bambini, una volta nati, sono già portatori sani di costi elevatissimi. Dal passeggino alla culla, dal vestiario ai pannolini; e poi le pappette, l’asilo, la scuola, i libri e via discorrendo, fino all’università.
Nascono che già hanno in loro un bacino di debiti enorme: possibile che nessuno pensi che forse l’età prescolare, diciamo fino ai 18 anni, è quella dove le famiglie hanno più bisogno di supporto?

Ed in tutto questo, perché nessuno pensa ai papà? Perché non esistono agevolazioni per i genitori maschi? Perché non pensare, ad esempio, ad agevolazioni come quella per la mamma? Una paternità, al pari della maternità, non verrebbe disdegnata sicuramente da nessuno; oppure la possibilità di un lavoro flessibile, dove poter dedicare del tempo anche ai propri figli. O magari ancora l’abbassamento delle tasse, con incentivi a supporto per detrarre la totalità delle spese scolastiche e non solo. 

Il Modello Nordico

Il modello da prendere ad esempio è quello della Finlandia; qui ci sono davvero città a misura di bambino. Ma soprattutto esiste una politica sociale e di welfare che premia chi mette al mondo piccoli marmocchi e marmocchie, invece che punirli.
Vero, farlo in un paese abitato da cinque milioni e mezzo di persone, vale a dire il meno densamente popolato d’Europa, è forse più semplice che farlo su un territorio come quello italiano dove siamo in 60 milioni. Oltretutto la popolazione si concentra soprattutto a sud e la sua distribuzione sul resto del territorio è fortemente disomogenea, ma ci sono dei dati che devono farci riflettere: il tasso di fertilità medio corrisponde all’1,9%, ma nelle zone più a nord sale fino al 2,3% (dati Eurostat aggiornati al 2011). Pochissime sono le famiglie economicamente e socialmente disagiate (meno del 3% della popolazione, tra le percentuali più basse al mondo), altissimo il numero di donne lavorativamente attive (nel 2009 erano circa il 70%). Perché tutto questo? Perché potevamo permettersi, già nel 2003, di registrare un 52% delle madri con bambini sotto i due anni di età già rientrate al lavoro? Percentuale che supera l’80% con bambini sopra i cinque anni. 

La risposta è una, le importanti misure di sostegno alla genitorialità.
C’è ad esempio il “care-time”, vale a dire un sussidio di 300 euro al mese che lo stato eroga ai genitori che ne abbiamo necessità, per bambini fino ai tre anni di età. Sì, 300 euro al mese per 36 mesi; un sostegno importante, al quale spesso si aggiungono ulteriori forme di sostegno economico da parte dei singoli comuni. 

Il congedo parentale

E poi il congedo parentale, che si articola in tre diverse tipologie: materno, paterno o familiare; in quest’ultimo caso, come riporta zeroseiup ma anche sul sito del governo finlandese, corrisponde a 158 giorni feriali, che i due genitori possono gestire in maniera flessibile e condivisa. Il congedo materno consta di 105 giorni feriali; nei primi 56, le madri ricevono il 90% dello stipendio, che scende al 70% in quelli successivi.

L’educazione prescolastica non è obbligatoria, ma ne usufruisce il 98% dei bambini finlandesi. Può essere totalmente gratuità per chi ne ha bisogno, costare fino a 200 euro al mese per chi guadagna molto. L’ultimo anno di scuola dell’infanzia è, sempre e comunque, gratuito.

È chiaro che in un quadro di questo tipo le preoccupazioni di un padre, che magari vorrebbe avere anche 2/3 figli, sarebbero spazzate via. E invece in Italia si continuano ad avere mille dubbi, perché il nostro è un paese che invecchia sempre di più e non investe sui giovani. E non lo diciamo noi, ben inteso. È stato il 28° Rapporto annuale dell’Istat a certificare: la popolazione potrebbe scendere a 59,3 milioni entro il 2040 e a 53,8 milioni entro il 2065. Questo perché il numero dei decessi supera il numero dei nuovi nati. Il 2018 è stato l’anno che ha segnato un nuovo minimo storico delle nascite dall’Unità d’Italia, solo 439.747. In contemporanea, continua a crescere l’aspettativa di vita media che si attesta su 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine. Il risultato è chiaro: l’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo.
Il cardinal Bassetti, presidente dei vescovi italiani, sul calo delle nascite ha detto:

“L’Italia senza figli è il frutto dell’egoismo, della paura del futuro e di una politica feudale. È una crisi di civiltà, una vera emergenza italiana e la più grande emergenza dell’Europa”.

Forse non ha tutti i torti.

Luca Talotta

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