Vintage vs Playstation

Iniziamo subito con un luogo comune, anzi due. Si stava meglio quando si stava peggio e noi ci divertivamo con nulla. Se fino a qualche tempo queste due frasi ti facevano venire un’insospettabile quanto fastidiosa orticaria, oggi ti rendi conto che in realtà nascondono due verità sacrosante, soprattutto quando pensi alla tua infanzia. Tuo figlio è fermo davanti le vetrine di un negozio high-tech intento a guardare l’ultimo modello di Play mentre tu prendi a calci una minuscola pietra, mimando un goal e urlando a bassa voce “Campioni del mondo! Campioni del mondo!”

Ecco, la differenza è tutta lì. Intendiamoci, i giochi elettronici sono belli e a volte trascorri pomeriggi interi a giocarci con i tuoi figli. Però ti piacerebbe a volte teletrasportare i tuoi ragazzi nei mitici anni della tua infanzia quando una pietra, due figurine e una bella ragazzina con le trecce bionde erano la prova che si, il Paradiso esiste, c’ho le prove! E se provassimo a insegnare loro qualcuno di quei giochi indimenticabili?

Mosca Cieca

Ma te la ricordi Mosca Cieca? io si, perché ho fatto un volo dalle scale per giocarci! Una benda, un gruppo di ragazzini scalmanati e un po’ di spazio a disposizione, questo era l’occorrente di un gioco che ha procurato risate e bernoccoli a intere generazioni. Era un classico delle giornate estive, quando le mamme scendevano in cortile con le loro sedie per parlare con le vicine e noi bambini iniziavamo la lunga serie di giochi pomeridiani. Spesso mi sono chiesto perché è caduto in disuso. La mancanza di spazi, certo, i mille impegni dei ragazzi. Manca però un fattore fondamentale, l’allegra spensieratezza delle nostre mamme che di fronte a una botta o a un livido ci curavano con litri di alcool denaturato, borotalco e tanti baci. Oggi siamo più apprensivi, pieni di paure.

Soffio

Ahh le figurine dei calciatori! La mia preferita era quella di Evaristo Beccalossi, Inter, anno 1980-1981 e il bello era che non tifavo nemmeno per quella squadra. In realtà l’avevo vinta giocando a Soffio e rischiando un enfisema polmonare. Il gioco era semplice: con la sola forza del tuo soffio dovevi far girare la figurina. Quella di Beccalossi aveva un valore incredibile perché era frutto di un duello all’ultimo soffio fatto con Er Fiatella, il bullo del quartiere nonché detentore del titolo “Miglior polmone de Roma”. Le vinceva tutte lui, un po’ perché il fiato non profumava certo di mughetto e perché era indiscutibilmente forte.

La pista delle biglie

Mentre le femmine erano intente a giocare a campana o a elastico, noi maschi ci divertivamo a costruire il sentiero delle biglie proprio nel pezzetto di terreno dove la sora Assunta aveva piantato due o tre piantine di basilico. Con sassi e bastoncini costruivamo ponti, buche e deviazioni che nella nostra mente assomigliavano ai circuiti della formula 1. Il suono delle biglie in vetro, il loro colore e il sacchettino che le conteneva sono uno dei ricordi più belli e nostalgici della mia infanzia.

Uno, due, tre stella


Dopo la merenda e l’acqua bevuta alla fontanella, ci sedevamo per terra a raccontarci l’ultima puntata di Belfagor, arricchendola di particolari raccapriccianti per chi non l’aveva vista. L’ultimo gioco della serata era il classico Uno, due, tre stella. Il malcapitato di turno al quale toccava contare e girarsi era la vittima dei nostri frizzi e lazzi. Ci si prendeva in giro bonariamente, senza malizia.

E poi arrivava il tramonto e con esso le voci delle nostre madri che ci intimavano di salire subito a casa. Ci salutavamo di corsa, con la promessa di rivederci l’indomani, stesso posto, stessa ora.

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Silvio Petta

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