Quando la vita cambia

Rabbia e dolore sono state le compagne inseparabili dei primi tempi. Il dolore per aver perso mia moglie e la rabbia perché la vita aveva preso una piega che non mi sarei mai aspettato. Dovevo resettare la mia carta d’identità mentale. Non ero più un marito, ero un vedovo ma soprattutto ero padre di due ragazzi, un maschio e una femmina, ancora troppo piccoli per capire che da allora in poi, per noi, la strada sarebbe stata tutta in salita.

La porta chiusa

Il primo mese è stato un susseguirsi di volti, di mani tese, di pasti caldi e pacche sulla spalla. Poi ci si abitua e il tuo campanello inizia a suonare di meno, la vita ha ripreso il suo corso. La vita degli altri però. La mia era ferma dietro quella porta chiusa che delimitava lo spazio esterno da quello interno della mia casa, dove la polvere si mescolava alle mie lacrime e al mio “Come faccio?” perché io sapevo fare solo il padre, non la madre.

Il primo passo

“Certe famiglie hanno una mamma e un papà, altre solo una mamma e altre ancora solo un papà”. La frase che avevo sentito nel famoso film “Mrs. Doubtfire” continuava a urlarmi nelle orecchie per dirmi che davanti a me avevo un nuovo tipo di famiglia, anche se sghemba e rattoppata. Quella porta chiusa, dopo un iniziale senso di smarrimento, mi ha lanciato un messaggio forte e chiaro: i tuoi ragazzi contano su di te. Ma come potevo allevare i miei figli quasi adolescenti da solo? Come potevo unire il mio lavoro alle esigenze di due figli che si stavano affacciando a un mondo nuovo, senza la mamma?

La vita di tutti i giorni

Ma come faceva a far tutto quanto? Come riusciva a lavorare, tenere la casa in ordine, preparare pranzi perfetti e abiti lavati e stirati? Questa è stata la mia prima difficoltà. L’organizzazione domestica è stato il primo salto senza paracadute in un una vita che non avevo scelto. I primi mesi sono stati scanditi da colazioni bruciate, lavatrici sbagliate e lacrime dei miei figli alla vista di un frigo perennemente vuoto perché dimenticavo di passare al supermercato.

Un giorno mi sono fermato, anche io in lacrime e affranto, e ho cercato una soluzione. L’ho trovata in carta, penna e pianificazione. Ho deciso di coinvolgere i ragazzi nella gestione casalinga, un piccolo escamotage che ha permesso loro di ricominciare a muoversi in un casa che aveva perso le sue certezze. Dal canto mio ho comprato libri di cucina e macinato ore su ore di video su Youtube per imparare a cucinare. Tornare dall’ufficio era un incubo perché la stanchezza accumulata dovevo lasciarla fuori dalla porta di casa.

Un uomo, mille ruoli

Superata o almeno arginata la valanga di incombenze pratiche, sono arrivate quelle emotive. La prima è stata rendermi conto che i ragazzi soffrivano forse più di me perché io avevo perso la mia compagna, ma loro, piccoli miei, avevano perso la mamma. E allora ho cercato di canalizzare il mio amore, di renderlo tangibile e di mettermi da parte per ascoltare le loro voci. Questi momenti mi hanno scartavetrato l’anima, facendomela sanguinare. Ma ho capito che era il mio supporto a essere indispensabile, non il mio dolore.

Un lato nascosto

Oggi sono un padre ma anche una madre, un fratello ma anche una sorella. La cosa più difficile e meno spontanea è stata dar voce alla parte femminile che è nascosta in ognuno di noi. Recuperare quel senso di accoglienza che solo la donna riesce a regalarti a piene mani è stato un percorso irto di ostacoli. La parte femminile è quella che ti allena i sensi, è la capacità di ascoltare e di cogliere le mille sfumature di un semplice sguardo o di una risposta fugace. Cose da mamme, che ho dovuto imparare in fretta, soprattutto per la femmina. Ho imparato a capire se c’era bisogno di una scrollata o di un abbraccio, di un velato rimprovero o di un tenero bacio.

Ho imparato a segnare le date di un ciclo su un calendario insieme all’appuntamento dal dentista. Ho imparato la differenza tra un pantalone palazzo e un jeans skinny. Ma, più di ogni altra cosa, ho capito che la forza dell’amore è inarrestabile. Soprattutto quella di un papà che è stato costretto dalla vita a diventare un Superpapà.

Silvio Petta

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