Insegnanti di sostegno per una vera inclusione scolastica
insegnanti di sostegno

Insegnanti di sostegno per una vera inclusione scolastica

C’è una bella differenza tra “quest’anno non funziona nemmeno questo” e “non ha mai funzionato nemmeno questo”.  Bazzico gli ambienti della disabilità in qualità di genitore da qualche anno e vi posso assicurare che i problemi relativi al sostegno scolastico ci sono sempre stati. Non è una novità dell’attuale gestione e nemmeno un lascito della precedente. Parliamo di una situazione che va avanti così (male) da un secolo.
E non credo di dovervi suggerire io che nell’ultimo secolo, al governo, hanno fatto in tempo a starci po’ tutti, no?
Ecco, quindi quest’ultima considerazione dovrebbe ben disporvi verso di me e questo pezzo, perché evidenzia che non è mia intenzione trovare un colpevole nel vostro schieramento politico preferito (qualunque esso sia). Invece di esibirmi in un numero pazzesco di contorsionismo verbale e “cavillologia applicata” per sostenere la mia tesi su chi meriterebbe due sberle per come siamo messi oggi, farò qualcosa che raramente leggo in rete o sento in TV: mi concentrerò sulle possibili soluzioni, piuttosto che processare i colpevoli.

Le scuole speciali

Il sostegno scolastico (storicamente e tecnicamente) è il primo mezzo d’inclusione che la società mette a disposizione dei suoi cittadini con oggettive difficoltà. Ma le cose non sono iniziate troppo bene.
Erano gli anni 20 quando venne istituito l’obbligo di frequenza anche per i cittadini ciechi e sordi. Ci misero un decennio per rendersi conto che i ciechi non vedevano la lavagna e i sordi non sentivano la spiegazione e decidere di metterci la classica  pezza che, però, sarebbe stata peggio del buco:le scuole speciali. Veri e propri istituti a parte, dove venivano mandati anche gli studenti con anomalie psichiche più o meno importanti. In contemporanea, inoltre, qualcuno ebbe la sfavillante idea di creare le classi differenziali: ovvero quelle classi dove venivano inseriti studenti con ritardi cognitivi, di modo che la lezione dei “papabili giovani Balilla” non venisse disturbata da qualcuno che non era in grado di stare al passo. Tra questi studenti erano compresi anche quei ragazzi che avevano problemi di condotta o  disagi sociali e/o familiari. Insomma, le prove generali per la raccolta differenziata. Concludere che una scuola di questo tipo è una pattumiera, vien da sé.

Precisazione

Vogliate perdonarmi se l’ironia utilizzata per alleggerire il racconto sull’assistenza scolastica in un periodo storico come quel ventennio lì, ai più a destra di voi, potrà risultare troppo “di sinistra”, ma vi giuro su quanto ho di più caro che non è tifo politico. Semplicemente, in quanto padre di un ragazzo disabile, sono schifato da quanto accadeva all’epoca ai ragazzini come mio figlio. E non solo a loro. E non solo a scuola. A difesa di questa mia teoria continuo il racconto dicendovi che questa politica della divisione è seguitata fino oltre gli anni 60 più o meno. E la mia opinione non è certo meno amara. Anzi! Unica nota positiva è che almeno avevano smesso di ammazzarli.

50 anni fa la svolta

La legge 118/1971 decreta l’inserimento degli allievi con disabilità lieve nelle comunissime classi della scuola dell’obbligo. Purtroppo però non si faceva cenno al sostegno, alle risorse, allo sviluppo del potenziale. A nulla. «Va bene dai, venite anche voi, però silenzio eh.. non disturbate, state lì in un angolo che quelli sani devono fare lezione» mi immagino una roba del genere.

Il successivo passaggio fu il capire che le classi comuni non dovevano per forza implicare il raggiungimento di obiettivi standardizzati. Questo fu il primo passo verso il differenziamento della valutazione. Se facciamo una gara di corsa ma tu hai due gambe e io una, non è giusto metterci nella stessa batteria e valutarci come se tra di noi non ci fossero differenze. Tuttavia possiamo usare la stessa pista per competere.
Quanti secoli ci abbiamo messo per capire questa cosa? Cioè, davvero, pensateci. L’illuminazione è arrivata “solo” 50 anni fa. Ecco perché tutto sembra in fase embrionale ancora adesso. L’uomo si evolve da millenni (più o meno)… un concetto che ha solo 50 anni, è una roba nuova. Stiamo ancora cercando di fare mente locale, praticamente.

Nel ‘77 vengono abolite completamente le classi differenziali, quindi i disabili di ogni ordine e tipo arrivano nella scuola pubblica. Ci sono dei progetti, modelli didattici flessibili, attività per gruppi misti di alunni, insomma ci stavano provando. Guardando però come siamo messi dopo 40 anni suonati, dubito che all’epoca avessero le idee più chiare e mezzi in abbondanza (Smentitemi pure eh… non mi offendo).

Rivedere le priorità

La legge 104, l’attuale riferimento legislativo “per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”  (si chiama così eh…) arrivò nel 1992.  Una serie di nuove leggi che puntavano ad agevolare i disabili e la loro integrazione, includendo per la prima volta anche le persone che se ne prendevano cura. Agevolazioni fiscali, cure, riabilitazione, mobilità, istruzione, lavoro e integrazione in genere. Una vera rivoluzione per l’homo sapiens sapiens. E allora perché 30 anni dopo stiamo ancora ai livelli del Cro-Magnon? Il problema è solo uno: le priorità che una società si impone. Fino a quando le priorità di qualunque progetto politico non saranno le persone, non potremo fare il passo evolutivo successivo, ma solo tornare indietro. Fino a quando penseremo più a salvarci la faccia che a salvare le persone, la massima espressione del nostro paese saranno le facce che ci siamo salvati. Finte. Praticamente delle maschere.

L’integrazione scolastica

Facciamo un gioco: immaginate che la società sia un tavolo lunghissimo. Un tavolo con un numero   incredibile di gambe. Bene. Ora mettetevi in testa che le gambe siamo noi, le persone. Ce ne sono di più robuste, di meno resistenti e alcune che non tengono proprio. Poi ci sono dei buchi, dei punti in cui le gambe non ci sono. E dove sono andate? Stanno sul tavolo. Sono le persone che vivono sulle spalle degli altri e non fanno nulla per la società. Più queste persone aumentano, più aumenta il peso che le altre gambe che sono rimaste al loro posto dovranno sopportare affinché il tavolo non crolli. Ovviamente, le gambe più fragili, quelle che a malapena riescono a tenere la posizione, col cavolo che riusciranno mai a salire sul tavolo. Ci salgono solo quelli forti. E se a mano a mano tutti quelli forti riescono a salire sul tavolo perché “cioè, lo fanno tutti perché io no?” cosa succede? SBADABAM!! Crolla tutto. Quindi? Eh.. quindi bisogna fare in modo che le persone siano al centro dei progetti ed evolvano con essi. Di modo che non sentano il bisogno di abbandonare la loro posizione per mettersi sopra al tavolo.
E fare in modo che le persone più fragili, quelle che apparentemente hanno meno carte da giocarsi, imparino a fare la loro parte, perché supportate adeguatamente. O ci troveremo sommersi da quelli che stanno sopra al tavolo e da quelli che non sono in grado di sostenerlo. Due facce della stessa medaglia. Due esempi di involuzione, parimenti sintomo di una società malata e sconfitta.
Per questo l’integrazione scolastica è fondamentale: le persone di domani le forma anche la scuola. Se è la prima a lasciarli indietro, non andiamo da nessuna parte. Né a piedi, né in carrozzina. Mi rendo conto quanto questo esempio sia tremendamente banale, ma se ci pensate bene la cosa peggiore è, invece, che ci sia ancora la necessità di sottolineare questo tipo di ragionamenti.

Nuovo anno scolastico, mancano gli insegnanti

Ma, tornando all’incipit e chiudendo il cerchio, come siamo messi oggi? Com’è iniziato il nuovo anno scolastico? Difficile credere che partendo da una situazione già disagiata possa essere partito a gonfie vele in un anno come questo, dove la macchina organizzativa ha avuto anche molto altro a cui pensare. Moltissimo altro.

La storia di Giada

Ho intervistato alcuni genitori per chiedere come fosse la situazione.
Elio Canino -vecchia conoscenza di Superpapà – mi ha raccontato di sua figlia Giada e di tutte le volte che ha intrapreso un nuovo anno scolastico senza insegnante di sostegno.
Lei ha la sindrome di Down e quest’anno ha iniziato le superiori.

«Giada ha avuto la fortuna di iniziare questa nuova avventura con 2 insegnanti di sostegno. Solo uno dei due, però, è specializzato. Il dirigente scolastico ha optato per  una maggiore tutela dei suoi studenti con difficoltà e si è impegnato in questo senso. Ai dirigenti scolastici inoltre è stato dato il compito di fare le nomine degli insegnanti, ma lui sta incontrando qualche problema. Nella scuola di Giada mancano insegnanti di ruolo per alcune materie tipo “Grafica” che richiedono un minor numero di ore d’impegno settimanale. E tutti rifiutano la nomina perché aspirano ad un contratto che preveda più ore. E finisce che mancano gli insegnanti. Gli anni precedenti, alle medie, a Giada era andata peggio. Prima dell’arrivo dell’insegnante di sostegno definitivo (intorno a novembre) ne cambiava anche cinque. Ciò non toglie che la situazione generale sia pessima da anni».

Cattedre vuote

Le cattedre scoperte sono 85 mila in Italia, stando al concorso bandito dal ministero dell’istruzione per rimpolpare le fila del sistema scuola. Questa è però una cosa che ci portiamo dietro da vent’anni e della quale non mi interessa parlare al momento.  Voglio solo velocemente mettere l’accento sul fatto che  le persone che si sono “loggate” al nuovo sistema informatico GPS (graduatoria provinciale delle supplenze) sono oltre 800 mila. Lasciate perdere la vostra opinione e concentratevi sui numeri: 85 mila cattedre vuote e 800 mila insegnanti senza cattedra. “Qual torno non conta”.
Dov’è sta la magagna? Non avendo la presunzione di sapere quale sia il problema senza conoscerlo a fondo, torniamo a bomba sull’assistenza scolastica e mettiamo un punto a un discorso per il quale abbiamo abbastanza elementi da trarre alcune piccole conclusioni.

Sappiamo benissimo che, nonostante il “fortunato” inizio di Giada (la figlia di Elio ndr), in moltissime scuole invece l’assistenza fatica a partire. In molti posti addirittura è già chiaro che non partirà mai. Ma la cosa che va chiarita, per non rischiare di minimizzare il problema ed etichettarlo come uno strascico della recente pandemia, è che le cose fanno schifo da un bel po’.
L’assistenza specializzata, quella seria, deficita da sempre in Italia.
Abbiamo visto come ci siano oltre 800 mila insegnanti senza cattedra e gli stessi, pur di lavorare, talvolta accettano di fare sostegno. Ovviamente senza specializzazione alcuna. E non devo dirvelo io che se un’operazione chirurgica si mette a farla un logopedista (per quanto bravo nel suo campo) le speranze di riuscita si abbassano un pelo, no? 

Riconoscere le difficoltà dei figli

Ma non pensiamo che le difficoltà della scuola in materia di sostegno (e non solo) provengano esclusivamente da essa. Sono tantissimi i genitori che non accettano le difficoltà dei figli, che non seguono il consiglio degli insegnanti quando viene suggerito di fare “un controllino”. E talvolta le classi si ritrovano con studenti in difficoltà – senza sostegno – perché i genitori non si attivano presso i giusti canali per farne richiesta al grido di  “Mio figlio non è handicappato”. E io a questi genitori vorrei dedicare la mia chiosa, perché al sistema scolastico c’è tanta gente che dedica chiose e io preferisco concentrarmi sulle persone.

Una visita da un logopedista o da un neuropsichiatra infantile (per dirne due) non è un’umiliazione. Sarebbe molto più umiliante (ma per voi) se un giorno vostro figlio vi ringraziasse sarcasticamente per il deficit dell’attenzione che si porta dietro da anni o per quel difetto di pronuncia, che gli ha tolto la sicurezza necessaria ad esprimersi liberamente in pubblico e che non gli ha consentito di raggiungere alcuni obbiettivi che si era prefissato, perché voi “non avevate un figlio handicappato” e non avete fatto niente per aiutarlo.  Meglio una prima visita neuropsichiatrica infantile per niente, che una in meno che invece sarebbe servita. In questo modo aiutate vostro figlio, i suoi insegnanti e i suoi compagni di classe. Solo tenendo un giusto atteggiamento abbiamo il diritto di lamentarci di quello sbagliato degli altri. E questo vale per tutto, non solo per l’argomento trattato oggi,

Francesco Cannadoro – Blogger e autore de
#Cucitialcuore. Diario di un padre fortunato”.
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