È il disegno di legge 735 quello che fa discutere il mondo della politica. Il famoso DDL Pillon, che prende nome dal senatore leghista che l’ha proposto, introduce una serie di modifiche importanti relative ad alcuni passaggi del diritto di famiglia, al mantenimento e all’affidamento condiviso dei minori. È senza dubbio uno dei progetti più controversi e difficili degli ultimi anni che ha come obiettivo l’allontanamento da un’eccessiva giurisdizionalizzazione della famiglia, relegando la posizione del giudice a quella di un arbitro il cui compito è intervenire soltanto in caso di mancato accordo.

Il punto di partenza del DDL Pillon è la creazione di una bigenitorialità perfetta. Questo concetto tocca anche l’ambito molto discusso del congedo di paternità. L’art.11 della legge 735 stabilisce in modo chiaro e inequivocabile che il minore ha diritto a un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, dai quali deve ricevere in modo paritetico, equipollente e adeguato “cura, istruzione, assistenza morale ed educazione”. Il tempo paritario è garantito anche se soltanto uno dei due genitori ne fa richiesta. Inoltre si garantisce per legge un periodo non inferiore ai 12 giorni al mese presso entrambi i genitori, salvo casi in cui la vicinanza è ritenuta dannosa per i ragazzi.


Attualmente la proposta contenuta nella finanziaria 2019 sembra contraddire il disegno di legge per cui è necessario che del bambino si occupino in modo equo e paritario entrambi i genitori. Nella nuova manovra infatti non è rinnovata la sperimentazione del congedo di paternità lungo, introdotta nel 2013. Un controsenso che si pone in netto contrasto con la necessità fondamentale sulla quale regge l’intero disegno legge: la necessità di un padre presente. Il buonsenso del legislatore si arresta di fronte a un dato molto evidente. Il DDL si pone come obiettivo il raggiungimento di una genitorialità paterna sullo stile di quella registrata nel nord Europa, dove i papà trascorrono molto tempo con i loro figli.

L’aspetto sottovalutato, o forse negato dal disegno legge, è che nei paesi-modello i congedi di paternità sono molto lontani dai nostri 4 giorni. I padri svedesi ad esempio hanno a disposizione ben 15 settimane, un’utopia per il nostro sistema. Sarebbe opportuna quindi una rivalutazione concettuale e pratica del congedo di paternità, alla luce non solo di separazioni e divorzi, ma come tutela per il benessere del minore a partire da una situazione familiare stabile e serena. Una perfetta bigenitorialità non può fare a mano di un congedo di paternità che segua le nome di quello materno, una modifica sostanziale che potrebbe realmente creare il presupposto di una cura condivisa da entrambi i genitori. Non solo, prevede le stesse modalità per entrambi i congedi sarebbe un ottimo sistema per permettere alla donna, spesso penalizzata, di reintegrarsi al più presto nel mondo del lavoro.

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Silvio Petta

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