Lo sport dei piccoli, visto dai grandi. Per i bambini lo sport è un gioco, un divertimento, uno svago… ma possono esserci anche delle insidie

Ci sono pochi ma essenziali aspetti che caratterizzano lo sport in età evolutiva. Primo fra tutti, il divertimento; è necessario in questo caso fare ricorso proprio all’etimologia della parola “sport” che suggerisce l’idea dello svago, del divertimento.

Una seconda funzione dello sport in età evolutiva riguarda lo sviluppo del bambino; lo intendiamo come sviluppo non solo dal punto di vista fisico-motorio (aspetti certamente non secondari) ma anche come sviluppo sociale e della vita di relazione. Sappiamo che alcune discipline, più di altre, sono adatte a favorire capacità e competenze legate alla sfera psicologica: tutte le mamme e molti pediatri suggeriscono che il nuoto sia lo sport per eccellenza perché completo nel favorire lo sviluppo fisico e motorio, ma purtroppo lascia in ombra gli aspetti di relazione interpersonale che invece sono promossi dagli sport di squadra. I meccanismi della cooperazione e della competizione, l’esercizio della leadership, la comprensione e la gestione delle proprie e altrui emozioni sono solo alcune delle competenze psicologiche fondamentali.

Ci sono anche altri aspetti che riguardano l’essere genitori nello sport. Pensiamo alla scelta dello sport più adatto ai nostri figli: come sceglierlo e chi lo sceglie? Spesso siamo convinti che i bambini, soprattutto quelli più piccoli, non siano in grado di scegliere. Ma quanto tempo abbiamo speso nell’osservare i nostri figli mentre giocano? Da piccole osservazioni dei giochi (di come giocano e di quali emozioni manifestano nel gioco) possiamo ricavare informazioni molto utili: i giochi (sport) di contatto, quelli in cui prevale una componente di confronto uno-a-uno, quelli svolti in gruppo, quelli legati all’acqua, quelli in cui bisogna essere molto abili o quelli in cui conta più la strategia.

Per le situazioni in cui davvero non riusciamo a capire cosa piace ai nostri figli, o nei casi di bambini più grandi magari alle prese da anni con sport nei quali non si sentono particolarmente motivati è possibile ricorrere ad un parere esterno. Non tutti sanno che lo psicologo può essere utile anche in questi contesti. In particolare, lo psicologo dello sport lavora spesso a contatto con le federazioni sport e con le scuole dello sport. In Liguria è attivo un progetto orientamento sportivo curato dal C.O.N.I. Liguria denominato cops  nel cui ambito psicologi, medici dello sport e metodologi dell’allenamento sportivo osservano e valutano il profilo motorio e psicologico e indirizzano i ragazzi (10-11 anni) verso l’attività motoria più vicina alle loro caratteristiche. L’obiettivo fondamentale del progetto ligure è la prevenzione dell’abbandono sportivo che si è rilevato molto consistente nella fascia di età immediatamente successiva (prima adolescenza), e può avere come conseguenza anche l’inattività da grandi.

Veniamo adesso alle inside legate all’atteggiamento che i genitori spesso hanno nei confronti di questa attività.

Un aspetto certamente non secondario, da tenere in considerazione  per le conseguenze che può arrecare, riguarda il “genitore tifoso”, supporter appassionato delle prestazioni agonistiche dei figli… fra gli addetti ai lavori, in molti sostengono che il “problema principale” dei ragazzi che praticano sport siano i genitori. Frequentando i campi di calcio giovanile e – anche durante gli allenamenti – si può verificare che gli incitamenti che arrivano dagli spalti suggeriscono qualcosa di ben diverso dal divertimento, dall’etica sportiva e dal fair play… al contrario, i ragazzi spesso sono incitanti a reagire con veemenza ai piccoli falli di gioco, a contestare le decisioni dell’allenatore o dell’arbitro, a praticare l’individualismo per dimostrare le proprie potenzialità da campione in erba. Si tratta di un’influenza assolutamente negativa degli adulti. Si intuisce che spesso i genitori estendono ai figli le proprie aspettative, caricandoli in modo eccessivo di ansie e responsabilità.

Invece che come e dove tirare, i bambini andrebbero invece lasciati liberi di inventare, di sbagliare, e nel caso di indicazioni più specifiche hanno sempre un mister! Ovviamente abbiamo fatto l’esempio del calcio ma questo atteggiamento si estende a tutti gli sports da parte dei genitori. Il genitore dovrebbe parlare con il proprio figlio per cercare di capire se si è divertito, cosa gli è piaciuto dell’attività svolta e cosa invece no, prima di preoccuparsi se è stato il più bravo.

Può essere utile forse familiarizzare con un breve e simpatico decalogo delle regole del bravo genitori di bimbi sportivi. Quindi, non solo attenzione e concentrazione, né soltanto velocità e resistenza.

Arriviamo ad un cenno sugli aspetti economici: parlando di sport, forse implicitamente ho suggerito l’opportunità di frequentare palestre e centri sportivi strutturati, con le conseguenti implicazioni economiche. Be’, non necessariamente… certo, se i nostri figli hanno già le idee chiare e sanno che vogliono fare i ginnasti o i calciatori, gli arcieri o i pallanuotisti, allora in questi casi sarà opportuno affidarsi ad istruttori esperti e qualificati nel lavoro con l’età evolutiva; altrimenti un canestro montato nel giardino di casa, un trampolino elastico e tanti amici funzionano egregiamente. L’importante è che noi ci divertiamo con loro!

A questo punto è interessante capire come giochiamo e facciamo sport con i nostri figli… via al dibattito!

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