Riflessioni di Riccarda Zezza sulla paternità nella società italiana

Riportiamo le riflessioni di Riccarda Zezza, presidente di Piano C, sui dati emersi dalla recente Campagna Nazionale DIAMO VOCE AI PAPA

 

Sembra che, proprio come alle donne viene “richiesto” di annegare nella maternità gli altri aspetti della propria identità, agli uomini venga invece impedito di esprimere appieno il loro essere padri. Ma ci sono, i papà, e hanno un tumulto di pensieri e di richieste, spesso frustrate, segno di un’identità che sta crescendo più velocemente di quanto la società sia pronta a comprendere.
Pochi, pochissimi quelli che prendono il congedo di paternità, probabilmente è più facile semplicemente prendere “ferie” quando nasce tuo figlio, ma che messaggio ti sta dando il mondo? Essere padri è tutt’altro che una vacanza.
I papà italiani sono consapevoli dell’aumento di complessità delle loro vite, e non solo perché dormono meno.
E, se è vero che il 56% prenderebbe il congedo di paternità per poter passare più tempo con un figlio che altrimenti “dopo tre giorni di missione fa più fatica a riconoscermi”, è anche vero che il 40% vorrebbe un congedo per “condividere con la propria compagna la gestione della quotidianità”.

Che cosa non sta “vedendo” la nostra società, mentre non fa spazio a questa dimensione dei suoi cittadini?
Non sta vedendo uomini che sono sicuramente più felici (97%) e, nella nuova complessità delle loro vite, mentre stanno molto più attenti agli orari e alla gestione del tempo (39%), sanno anche ridimensionare meglio i problemi che incontrano sul lavoro (29%): come le loro colleghe mamme, l’attenzione all’equilibrio vita lavoro sembra quindi aver migliorato la loro capacità di ricercare un equilibrio personale.

“La paternità mi ha aiutato tantissimo a guardare i problemi lavorativi con tutta un’altra prospettiva. Problemi che un tempo mi mettevano ansia e preoccupazione, anche se sapevo che avrei potuto risolvere, ora mi sembrano delle sciocchezze anche soltanto a paragone di uno starnuto di mia figlia o di mio figlio. E questo mi rende molto più sereno nell’ottenere la soluzione del problema, e riesco a vivere molto meglio un lavoro in cui i problemi da risolvere sono il pane quotidiano. Sembra assurdo, ma la paternità mi sta aiutando ad amare ancora di più un lavoro che già amavo prima. E per fortuna mi ha anche aiutato ad imparare a staccare più facilmente e in maniera più completa dal lavoro, mai come dopo essere diventato padre riesco a spegnere il cervello da quando arrivo a casa fino a quando rientro al lavoro.”

90per cento

 

La paternità, secondo lo psicanalista tedesco Erik Erikson, è una fonte naturale di “generatività”, e la generatività corrisponde all’età adulta dell’essere umano in cui si comincia a lavorare per le generazioni future: per costruire progetti che gli sopravvivano.
Risuona, questo messaggio, nelle parole dei papà del sondaggio, quando dicono di aver acquisito una visione più ampia del mondo, maggiore senso di responsabilità, maggiore attenzione al futuro.

Lo dicono benissimo le loro parole: da quando sono diventato papà…

“Sono più consapevole circa le priorità della vita.” “Mi sono reso conto del motivo per cui veniamo al mondo.” “Mi si è aperto un mondo con maggior attenzione verso i più deboli, ad iniziare dai figli per continuare nei confronti dei meno fortunati.” “Ho raggiunto un livello di maturazione, secondo me, adeguato al concetto di uomo adulto.” “Mi sento come un artigiano che costruisce un pezzettino alla volta qualcosa.”

Nel non vedere queste caratteristiche dell’identità paterna, la società italiana vi sta rinunciando: ciò che non viene visto (o previsto) dalle regole del vivere comune, non viene infatti autorizzato ad esistere pienamente, non riceve l’energia e la legittimazione necessarie a intervenire con tutto il potenziale che avrebbe per migliorare le nostre vite. Per essere più concreti: i papà ci dicono, come ci hanno detto e continuano a dirci le mamme, che la paternità ha migliorato molte delle loro competenze (lo dice il 93% dei partecipanti al sondaggio). Prima fra tutte, la pazienza, che però si declina poi in tante competenze trasversali, essenziali (anche) sul lavoro, come la capacità di ascolto, di attesa, di gestione del tempo e capacità di soluzione dei problemi.

“Sono molto più fermo e combattivo ma al tempo stesso paziente e disponibile all’ascolto.” “La gestione del rapporto con i figli mi ha aiutato a gestire meglio i rapporti con i collaboratori e i colleghi, ad ascoltare di più e a comunicare in modo più efficace.” “Si prende consapevolezza di poter affrontare, gestire e risolvere (anche brillantemente) situazioni di complessità di gran lunga superiori a quelle che si affrontano in una vita da single o di coppia senza figli.” “La paternità, quale esperienza umana e di gestione della vita presente e futura, è un’esperienza di realizzazione della persona che provoca un processo di maturazione e consapevolezza dell’individuo. Non esiste esperienza analoga, non esiste skill analogo, non esiste scuola di formazione che possa dare diploma analogo. Sono competenze di valore soprattutto per le aziende il cui core business si incentra sui bisogni delle persone.”

i papà non si sentono tutelati

E c’è anche la voglia di continuare ad imparare, di esserci di più, di non essere qualcosa di meno di una mamma, ma solo qualcosa di diverso, con l’umiltà di chi lo fa per amore:

“C’è una competenza che non ho acquisito e lo vorrei: imparare a inventare e raccontare le favole.”

C’è, insomma, una quota di “adultità” nell’essere padre di cui potrebbe giovarsi la vita pubblica del nostro paese, se fosse pronta a fare spazio a questo cambiamento: scoprirebbe generazioni di uomini adulti in grado di giocare e di sbagliare e di continuare ad apprendere, che potrebbero essere manager, impiegati, politici, imprenditori, poliedrici e multi dimensionali pronti ad innovare profondamente e con coraggio (il coraggio che essere padri richiede e rivela) la nostra società.

[fonte Piano C – photo credit Francesca Zito]

 

Riccarda Zezza


Riccarda Zezza
è presidente di Piano C. Ha lavorato per 15 anni in azienda  occupandosi di comunicazione e project management.
Nel 2014 insieme a Andrea Vitullo ha scritto MAAM  La maternità è un master che rende più forti uomini e donne.

A un certo punto ha pensato di “scendere in campo” e insieme ad altri sognatori ha fondato Piano C – il lavoro incontra le donne.

 

 

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